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Le relazioni interpersonali in adolescenza



Pubblicato il 26/10/2009 | da Dott.ssa Sara Breschi

Nessun essere umano può vivere completamente solo, noi siamo “animali sociali”: senza relazioni interpersonali non esisterebbe la società in cui viviamo, queste ci permettono di scambiare opinioni e di imparare l’uno dall’esperienza dell’altro. Le persone comunicano sia con le parole, il linguaggio verbale, sia attraverso i comportamenti, il linguaggio non verbale: attraverso lo sguardo, ad esempio, entriamo in contatto con l’altro che può o ricambiare lo sguardo oppure abbassare lo sguardo sentendosi intimidito, avvertendo l’invadenza di chi lo sta guardando. Le stesse cose, dette o fatte in ambienti diversi, nel proprio gruppo o fuori da esso, provocano negli altri reazioni diverse. Le relazioni interpersonali soddisfano il nostro desiderio di avere amore, affetto, rispetto, protezione, aiuto, consigli. Purtroppo, però, nulla è dovuto: non tutte le relazioni hanno un buon risultato, ci sono relazioni interpersonali che fanno soffrire ma ciò non significa che non si deve rischiare, perché da soli non si può vivere e perché le relazioni con gli altri ci aiutano a crescere. Avere relazioni interpersonali significa, infatti, apprendere la capacità di mediare tra diversi punti di vista, una capacità fondata sul rispetto reciproco che permette a tutti di esprimere il proprio parere. La prima relazione umana è quella che stabiliamo con la nostra famiglia nella quale siamo cresciuti: nei primi anni impariamo che noi e gli altri siamo persone distinte, separate, ognuno ha i propri pensieri, pregi e difetti, diritti e doveri, e vengono stabilite, in seguito, delle regole di comportamento che ci accompagneranno per tutta la vita. I figli crescono e tra genitori e figli cominciano i litigi: quando la situazione si surriscalda ogni genitore ha un bagaglio di frasi tipiche (“Ai miei tempi..”, “Questa casa non è un albergo..” ecc.). Sta di fatto che ogni generazione si sente più sfortunata di quella che la segue e più furba di quella che la precede: i genitori pensano che il figlio abbia più di quello che hanno avuto loro e il figlio pensa che loro non capiscano ciò che lui prova. Lo stesso sarà successo ai nostri genitori con i loro genitori e via all’indietro, all’infinito: ad una certa età, specie durante l’adolescenza, diventa importante litigare con i propri genitori. Litigare è un modo per prendere le distanze e tracciare le differenze: “questo sono io – questo sei tu, tu sei mio padre, tu sei mia madre, non siamo la stessa persona, la pensiamo diversamente”. In questo senso, litigare è un modo per superare il dolore e il senso di colpa dovuti al distacco, che è indispensabile che avvenga per poter accedere all’età adulta. In una famiglia “normale”, con genitori mediamente affettuosi, un litigio, un piccolo o grande conflitto, non toglie nulla all’amore che i genitori provano verso i propri figli. Purtroppo queste situazioni non rappresentano tutta la realtà: la violenza esiste e ci sono famiglie in cui è veramente difficile crescere in modo sereno (nessun figlio deve vergognarsi o sentirsi in colpa per questo!). Non si può fare a meno di crescere e si cresce meglio con l’aiuto di qualcuno: all’inizio sono i genitori i punti di riferimento, poi lo diventano gli amici, il gruppo. Il gruppo ha regole proprie: simboli, linguaggi, comportamenti che rendono i suoi membri riconoscibili e che rafforzano il loro senso di appartenenza. A volte ci sono cose che vengono fai in gruppo ma che da solo non faresti mai: può essere bello condividere emozioni ma può essere anche pericoloso, perché puoi perdere la capacità di decidere con la propria testa, magari per paura di essere deriso o di perdere i tuoi amici. Essere in un gruppo e riuscire a mantenere la propria individualità non è sempre facile ma è un segno di grande maturità. All’interno del gruppo, spesso, si trova l’amico del cuore, un “altro” ma allo stesso tempo “uno come me”: è come trovarsi davanti ad uno specchio, è un modo per potersi vedere dall’esterno, attraverso gli occhi dell’amico che, la maggior parte delle volte, è del tuo stesso sesso. Identificarsi in un sesso, fare parte di un gruppo, avere un amico del cuore, sono tutte cose che insegnano ad essere nel mondo con un ruolo ben preciso, sono la prova che sei in grado di far parte di una comunità che non è più solo quella della tua famiglia. Fuori di casa c’è un mondo da scoprire: crescendo, trovi amici e impari dagli altri e da te stesso in relazione con gli altri. Crescere non è un percorso rettilineo ma è piuttosto un percorso fatto di curve, controcurve, sbandate e testacoda, e ogni tanto capita di infilarsi in un vicolo cieco, di sbagliare strada. Tipico dell’adolescenza è il sentimento di vuoto, come uno smarrimento che si riassume nella frase “mi manca qualcosa ma non so che cosa”. Quando ti senti in confusione, non chiuderti in te stesso, confrontati con i tuoi genitori o con i tuoi amici. Spesso, però, ci si vergogna a parlare con gli amici, abbiamo paura di essere giudicati e temiamo anche di far arrabbiare i nostri genitori, di essere messi in punizione oppure ci sentiamo in colpa se pensiamo di averli delusi. Non vergognarti a chiedere aiuto ad uno psicologo che potrà aiutarti a far luce su ciò che stai vivendo, potrà aiutarti accompagnandoti nel tuo percorso di crescita.  

Dott.ssa Sara Breschi
Indirizzo: Via Faentina,354 Firenze
Telefono: 3394309218 | Fax:
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